Venerdì 29 ottobre Il Quotidiano della Calabria, domenica mattina è stata pubblicata anche dal settimanale La Riviera, ha pubblicato una mia lunga lettera.
Oggetto: Il mondo dell'informazione e la spettacolarizzazione del mestiere.
Una lettera che ho scritto di getto, sebbene sia scaturita da una riflessione durata diverse settimane, nel corso delle quali ho notato come sia facile fare carriera e come sia facile, soprattutto, acquisire credibilità, a froe di una accertata ed evidente inesperienza. E' lo sfogo del matusa? Forse, ma è, come scrivo nella lettera, democraticamente degno di considerazione. Vi prego di leggere con attenzione e di esprimere le vostre opinioni che potranno essere di condivisione o di non condivisione. Un avvertimento etico: scrivete tutto ciò che pensate, se avrete la pazienza di leggermi, ma non insulti e offese. Saranno censurati senza tentennamenti.
Un saluto, Enzo Romeo
Illustre Direttore e illustri responsabili della pagina delle lettere, mi chiamo Enzo Romeo, sono un giornalista calabrese. Un operatore dell'informazione con anni di gavetta sulle spalle e di esperienze acquisite. Chiedo ospitalità nelle spazio riservato ai lettori, convinto che a 45 anni sia arrivato il momento, dopo avere ingoiato in queste ultime settimane rospi a iosa, di esprimere il mio parere. Modesto, certamente, ma non abusato, e democraticamente degno di considerazione. Ho seguito, da addetto ai lavori e da spettatore, le cronache che hanno riguardato un gruppo di colleghi, colpito dalla criminalità mafiosa e non. Nei loro confronti, nelle sedi più opportune, anche nello spazio professionale che attualmente occupo, ho espresso solidarietà convinta e doverosa. Niente e nessuno possono impedire ad un giornalista di raccontare fatti. Non condivido, però, e lo affermo consapevole di rischiare l'impopolarità e forse qualche corposo sospetto, l'enorme visibilità mediatica, in particolar modo televisiva, della quale alcuni di loro, mentre altri l'hanno rifiutata, hanno goduto.
Io credo - se sono in errore prego chi può di chiarirmi il concetto e di smentire con fatti concreti la mia affermazione- che un giornalista prima di ogni cosa non sia un eroe. Può semmai, senza per questo atteggiarsi a depositario delle verità assolute, essere un elemento di tutela e di verità. Eroe proprio no. Sono pochi gli eredi di Pippo Fava e forse non sono in Calabria. Vi chiederete il perché di siffatta sortita. Ed allora chiarisco. Per ben sedici anni ho scritto di tutto e di più dai diversi fronti della 'ndrangheta. Faide, omicidi, tentati omicidi, processi delicati, storie di pentiti. Insomma, cronaca ad alto rischio. Ma ho sempre mantenuto un low profile, come credo fosse giusto. Temo, però, di avere sbagliato tutto, se, come pare, basta poco per trovare fama nazionale e, soprattutto, posti di lavoro di rilievo. E' l'invidia probabilmente che mi fa parlare, però, in tutta franchezza, guardandomi in giro, noto che sono aumentati i carrieristi, che sono sempre più considerati bravi giornalisti coloro con soli pochi anni di attività, con qualche buona informativa in mano (non è questo il giornalismo di inchiesta che mi hanno insegnato) o con foto tratte dal web degne del miglior book cinematografico, e, di contro, scarsi o prudenti, o peggio vigliacchi, coloro che, solo per modestia, non hanno mai osato presenziare e farsi avanti. Sembra quasi che oltre tre lustri di piena attività da cronista giudiziario ( la gavetta è stata più lunga), non siano serviti a nulla. E che il principio dell'antimafia e dell'onore civile debba essere prerogativa di alcuni. Francamente, contesto tutto ciò. Nel numero di marzo 2010 di Prima Comunicazione, Gad Lerner, intervistato da Vera Schiavazzi riflette sulle contraddizioni della categoria. Significa che i malesseri del nostro mestiere sono tanti. Illustre direttore e colleghi, nel settore, in Calabria e fuori regione, ho fatto di tutto: giornali, radio, tv, agenzie,uffici stampa, consulenze. Prima da corrispondente di paese, poi da collaboratore, poi da redattore di prima nomina e anche da responsabile di redazione, da direttore di periodici, ho offerto il mio modesto aiuto a decine di inviati. A loro non ho mai chiesto niente, nemmeno la più insignificante delle collaborazioni. Di contro ho visto in questi anni non pochi colleghi sgomitare, pur di accaparrarsi posti al sole. Per carità, l'ambizione è giusta, la determinazione legittima, ma un po' di stile non sarebbe guastato e, penso, non guasterebbe. Una cosa, però, mi manda in bestia più di tutte: la necessità di essere “intruppati”. Di far parte di adeguati contesti professionali (null'altro chiarisco) per poter ottenere incarichi. Come mi manda in bestia la spettacolarizzazione e la mitizzazione ( siamo arrivati anche a questo, basti vedere alcuni blog e i servizi di alcune testate) dei disagi e della protervia, quella subita ingiustamente, certo, da alcuni colleghi ma, guarda un po', rivelatasi anche utile. Vorrei infischiarmene, ma non ci riesco. Spero di non schiattare e, richiamando un bel lavoro di Concetta Guido dal titolo La Solitudine dei giornalisti, di non restare solo. A meno che non decida anche io di intrupparmi. E chissà, a questo punto, che non tenti davvero di farlo.
Ma mi chiedo: sarò ben accetto?
Buon lavoro a tutti voi.
Con stima sincera
Enzo Romeo